Osservare oggi il fenomeno dello smart working significa posare lo sguardo su un esperimento sociale dalle proporzioni incredibili:  nel nostro Paese il passaggio repentino al lavoro agile nei mesi appena trascorsi ha coinvolto ben 6 milioni di lavoratori e migliaia di aziende di ogni dimensione che, sulla scia dell’esperienza di poco precedente del gigante economico cinese, hanno gettato le basi per l’applicazione sistematica di un nuovo modo di concepire e organizzare il lavoro. 

Per la prima volta nella storia milioni di persone in seguito all’emanazione del decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n. 6  sono improvvisamente diventate protagoniste di un cambiamento che ha consentito la prosecuzione delle attività in aziende pubbliche e private durante l’emergenza epidemiologica da SARS-COV-2.

Cosa ci dicono i numeri a qualche mese di distanza dall’emanazione del decreto che ha dato il via all’applicazione su larga scala dello smart working?

Oggi sappiamo, grazie ai dati forniti dall’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano, che il 68% dei lavoratori è riuscito a svolgere da remoto tutte le attività, il 29% è riuscito a svolgere solo parte delle proprie attività, principalmente per difficoltà legate alla mancanza di processi e dati digitalizzati, mentre solo il 3%  dei lavoratori non è riuscito a svolgere la maggior parte delle attività richieste. Generalmente gli smart workers intervistati si sono dichiarati favorevoli all’adozione  permanente del lavoro in modalità agile apprezzandone i vantaggi in termini di autonomia, riduzione dello stress da spostamento casa-ufficio, e conciliazione dei tempi vita- lavoro

Lo smart working ha mostrato le sue potenzialità non solo ai lavoratori ma anche alle aziende. Nell’immediato le organizzazioni hanno infatti beneficiato di una riduzione delle assenze dei lavoratori e hanno potuto valutare la possibilità futura di contenere i costi di mantenimento di spazi fisici, sedi ed uffici improvvisamente troppo grandi.

 Il lavoro agile ha dato prova di essere una scelta aziendale molto interessante in termini di produttività e competitività.

Il passaggio da un’organizzazione “tradizionale” del lavoro alla modalità agile richiede una profonda innovazione della cultura aziendale e una vera trasformazione del concetto di leadership. I manager agili dovranno affinare le loro abilità attraverso percorsi mirati di formazione continua  come quelli erogati da Risorse.it e fare propri nuovi metodi di gestione e valutazione delle performance dei collaboratori i quali, come abbiamo visto, sembrano tendenzialmente favorevoli alla trasformazione.



Ma davvero lo smart working è per il lavoratore una modalità del tutto vantaggiosa?

Non completamente: se da un lato i vantaggi legati al cosiddetto work-life balance sono innegabili dall’altro arrivano segnali meno positivi legati all’insorgenza di alcuni disturbi psico- fisici imputabili allo smart working.

Gli smart worker sono soggetti, nel lungo periodo, a disturbi muscolo scheletrici dovuti  principalmente all’adozione di una postura errata. Da una ricerca condotta da Assosalute, l’Associazione nazionale farmaci di automedicazione, su 1000 cittadini italiani intervistati durante il periodo del lockdown per il coronavirus, emerge che una persona su due ha notato un significativo aumento dei dolori posturali. Tra i disturbi più frequenti gli intervistati hanno indicato mal di schiena, dolori al collo e dolori alle articolazioni inferiori con un conseguente maggior ricorso a medicinali da banco, principalmente antinfiammatori e analgesici, nel 42% dei casi.

 Ma i rischi per la salute non finiscono qui; da una indagine condotta  su oltre 2.000 lavoratori commissionata dalla rete professionale  sul web LinkedIn emerge infatti che:

  • Il 46% degli smart workers è più ansioso e stressato; 
  • Il 48% degli smart workers ha lavorato circa un’ora in più al giorno;
  • il 22% degli smart workers si è sentito in dovere di essere disponibile online oltre l’orario di lavoro abituale;
  • Il 18% ha giudicato negativamente l’impatto del lavoro agile sulla propria salute mentale.

I risultati della ricerca commissionata da LinkedIn sono stati commentati dalla dottoressa Laura Parolin, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi la quale afferma che “il lavoro da casa e l’impossibilità di uscire ci ha obbligato a una ridefinizione repentina degli equilibri tra lavoro, famiglia e tempo libero. L’organizzazione del lavoro prima della pandemia consentiva di evadere e prendere le distanze dagli altri ambienti di vita, una possibilità che ora manca, costringendoci al confronto costante con l’isolamento o alle relazioni con i conviventi, spesso con la difficoltà di definire un soddisfacente work-life balance”.

Il rischio di condurre una vita lavorativa troppo solitaria dove gli orari di lavoro non sono correttamente scanditi  è dietro l’angolo e sfocia in quello che comunemente chiamiamo burnout. Eccessiva stanchezza, disturbi del sonno, ansia e senso di inadeguatezza, difficoltà di concentrazione  sono alcuni sintomi della sindrome di burnout lamentati dal 18% degli smart workers nel corso del lockdown.

Il prossimo passo da compiere? Portare avanti l’innovazione alla luce degli innegabili vantaggi dello smart working iniziando al contempo una seria riflessione sulle sue modalità di applicazione a tutela della salute dei lavoratori.